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gravure de Jérôme Savonarole
École florentine, Portrait de Savonarole en médaille, XVe siècle, Museo del Bargello, Florence.
I, Sailko, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Prediche sopra i Salmi, Sermon 5

Auteur : A cura di Vincenzo Romano Date : 18 janvier 1495

PREDICA V

FATTA A’ DI 18 DI GENNAIO 1494 /5, LA SECONDA DOMENICA DOPO L’’EPIFANIA.

Salvum me fac, Domine, quoniam defecit sanctus etc.: (DAVID, Ps. XI, 2).

Per le ragioni dette ier mattina della fede, dilettissimi in Cristo Iesù, siate certi d’una delle due cose: o d’avere andare all’Inferno, o al Paradiso, cioè a perpetuo male, o a perpetuo bene. E però è necessario pensare a più cose. Primo, alla brevità di questa vita, nella quale mille anni sono un giorno, in comparazione della eternità; e tanto è a dire che tu abbi in questo mondo venti o cinquanta anni, come dire e’ sono passati e del futuro se’ incerto e non sai quando tu hai a morire, e in che loco, o in che modo.

Secondo, doverresti sempre avere insito nell’animo tuo il timore de Dio, il timore dello Inferno, considerando che, se andrai in quello, sarai privato: prima de’ beni temporali, cioè ricchezze, bellezza, fortezza etc.; secundo, de’ beni spirituali, come prudenzia, sapienzia e speranza; terzio, sarai privato de’ beni eterni, cioè della visione di Dio e di quelli gaudii celesti e sempiterni; item starai sempre nel fuoco in compagnia degli demonii; item considera che in quello loco non hai a stare cento anni, né mille anni, ma in sempiterno.

Dall’altra parte, considera che, se farai bene, arai grandissima gloria in Paradiso; secondo, starai quivi a fruire il sommo bene in eterno, né mali ti mancherà questo contento e questo gaudio della visione di Dio, e sarai beato.

Chi pensassi a queste tre cose, certo muteria vita; però pensaci e massime ora in queste tribulazioni; e considera che la guerra di Italia, la pestilenzia, la fame e ogni altra tribulazione di questo mondo sono nulla in comparazione delle pene eterne.

Ora, questa mattina, ti voglio dire come tu hai a fare a vivere bene, raccogliendo molte ragioni che io t’ho detto pel passato.

Quando uno uomo è stato gran tempo in uno fondo di torre, all’oscuro, che non ha mai visto luce, sé tu lo cavassi e mettessilo in uno tratto al sole, accecherebbe e perdería la vista. E però bisogna dargli la luce a poco a poco. Leggesi che, quando Tito era a campo a Jerusalem, quelli dentro, per la gran fame che vi era, si fugivono assai nel campo di Tito; e per la tanta debolezza che avevono negli stomachi, per la fame, poi, quando mangiavono, morivano per il mangiare. A proposito voglio inferire che, a volere rimettere oggi dì li cristiani, in un tratto, nella buona via, e’ quali sono in tante tenebre stati assai tempo, è gran difficultà, perché non possono in un tratto ricevere la luce; vedi che oggi, ogni poco che si predica della vita cristiana – io non dico religiosa –, dicono che quella è la perfezione e che ella è vita da frati, e pare quasi impossibile a ogni uomo potere vivere da cristiano, in tanta declinazione è venuto il cristianesimo. E però vediamo quale debbe essere la vita del cristiano; e perché gli uomini hanno perso il lume sopranaturale della fede e sono in tenebre, faremo alcune conclusioni per le quali meglio sarai illuminato che cosa è la vita cristiana e come hai a fare a vivere bene.

Prima conclusione è: il vivere bene del Cristiano non ha la sua principale radice e il suo fondamento negli beni naturali, ma in bene e in lume sopranaturale.

Dimostrasi così: Il vivere cristiano è conoscere Iddio e amarlo e tendere in esso, e lasciare ogni altra cosa indietro, e annegare se medesimo, e questo farlo per l’amore di Cristo. La Scrittura non dice «crede Deum», nec «crede Deo», sed «crede in Deum», cioè, credendo tendi in Dio, cioè, credendo e amando tendi tutto in Dio per amore. Noi veggiamo che questa fede non viene né è fondata nel corpo, perché la fede è data per giustificare e salvare l’anima; ma il corpo non è fatto per governare e reggere l’anima, anzi per essere retto dall’anima e per servirla. Adunque la fede non è fondata nel corpo, neanche è fondata nell’anima sensitiva, per la ragione precedente, perché l’anima sensitiva non ha a governare e reggere l’anima intellettiva.

Item l’anima sensitiva è piuttosto contraria al vivere cristiano, perché la vita del buono cristiano vuole macerare e affliggere questa carne, e l’anima sensitive vuole il contrario. Adunque la fede non ha il fondamento suo nell’anima sensitiva, neanche nell’anima intellettiva, perché veggiamo quello, che vive da vero cristiano e che ha la vera fede, vuole e cerca cose che sono sopra lo intelletto, e che lo intelletto e la ragione naturale vi repugna, perché il vero cristiano ha fisso il cuore al Crucifisso, e per quello vuole e appetisce il martirio e il morire, che repugna e è contrario allo intelletto e al lume naturale. Adunque il vivere da cristiano e la nostra vera fede non ha fondamento principale nell’anima intellettiva, adunque viene da lume più alto e sopranaturale.

E se tu, astrologo, di’ che questa fede viene da stella fissa, ti rispondo che, da poi che fu Abel in qua, che cominciò la fede di Cristo, tutti li veri e buoni cristiani in tutte le parti del mondo, dove sono stati, sono vissuti a uno medesimo modo, cioè hanno avuto una medesima fede; adunque non viene da inclinazione di stella fissa, perché la inclinazione del cielo arebbe inclinato diversamente in diversi luoghi e in diverse parti del mondo; ma questo non è stato, anzi tutto il contrario, perché sono vissuti a uno medesimo modo, quanto alla fede, ergo non viene da stella fissa.

Item doverrebbe più muovere uno filosofo con ragioni naturali, a credere e amare Iddio – che inclina più che uno uomo crucifisso – se la fede avessi la sua principale radice nel lume e nelli beni naturali; ma veggiamo, tutto el contrario, che inclina molto più uno crucifisso. Adunque il vivere cristiano e la fede ha il fondamento suo in lume sopranaturale.

Item, volendo l’uomo andare, per mezzo di questo vivere, al fine suo sopranaturale, cioè a Dio, bisogna ancora che il mezzo sìa proporzionato al fine. Ergo in questa vita cristiana e in questa fede è il lume sopranaturale e la grazia di Dio che ci conduce a Lui.

Secunda conclusione è che sanza questo lume sopranaturale non si può vivere da vero cristiano. L’uomo con le piante e con li animali bruti diciamo participare, perché ha in sé l’anima vegetativa e sensitiva. Così medesimamente, avendo Iddio fatto l’uomo consorte della divina natura e a sua similitudine, bisogna che abbi il lume, in qualche modo, sopranaturale che lo conduca a Lui. Adunque sanza quello non si può vivere da vero cristiano. – Demostrasi così: Sono in noi due abiti, secondo il filosofo; il primo è la scienzia, quando l’uomo sa una cosa e pruovala con ragione e hanne chiara evidenzia; il secondo abito è oppinione, quando l’uomo non ha chiarezza d’una cosa, né certezza, ma stima così essere. La nostra fede sta in questo mezzo, tra la scienzia e l’oppinione, perché la fede nostra non ha per scienzia che la Trinità sia. Neanche la fede nostra è oppinione, perché ha avere in sé fermezza e fermamente credere le cose della fede sanza dubitazione alcuna; e però bisogna che ci sia il lume sopranaturale, che tenga l’uomo in questo mezzo, acciò che non cadessi nella oppinione. Item, perché il fine bisogna sia veementemente amato, come fa quello che si propone il danaio per fine e amalo veementemente e non teme per conseguire quello e’ pericoli della morte, però el cristiano vero, che ha la vera fede e che vuole vivere da cristiano, ha lo intelletto suo fisso a Cristo e amalo veementemente per fine suo; però bisogna che vi sia uno lume sopranaturale, perché il naturale non basta, perché l’uomo con quello solo resteria in sola oppinione. Item, veggiamo che, se uno uomo si ha proposto uno fine e voglia conseguire una cosa, che se gli sopraviene qualche sinistro, o infirmità, o pericolo manifesto e chiaro della morte, che lui abandona quella cosa; ma colui che vive da cristiano desidera sempre bene facere et mala pati e non torna indrieto per pericoli alcuni. Adunque non ha questo da lume naturale, ma dal sopranaturale. Item vediamo molti dottissimi uomini, che sanno benissimo la fede e quello che s’apartiene al vivere cristiano, e nondimanco non operano però quello che debbe fare il vero cristiano. Ergo bisogna dire, vedendo che la loro scienzia e lume naturale non basta, che gli bisogni uno lume sopranaturale a vivere da cristiano.

Terzia conclusione è: il primo studio del cristiano è, poi che ha questo lume, augumentarlo, perché ognuno debbe conservare e augumentare le cose più preziose e più care; ma la fede nella quale è la carità, è più preziosa cosa che sìa; adunque è più da conservare e pruovasi così: – Le cose sopranaturali sono più preziose e più care che le naturali. Intra le sopranaturali virtù sono più preziose le teologiche che le morali; intra le teologiche è più perfetta e più preziosa la carità, come dice san Paulo: maior autem horum est caritas, e questo è perché la fa l’uomo più grato a Dio. Adunque la carità è più preziosa cosa che sia; ma la fede viva non può stare sanza carità, adunque la fede è cosa preziosissima, adunque è da conservarla; però il buono cristiano debbe mettere ogni studio e ogni diligenzia per non perdere questo lume che fa grato a Dio, e però non debbe far peccato, acciò che non lo perda.

Quarta conclusione è che il buono e vero cristiano stia spesso in orazione, e dicoti che in puris naturalibus e sanza questo lume non solamente è più difficile vivere bene che vivere male, ma è impossibile a vivere bene. Va’, leggi la Epistola di san Paulo ad Romanos, che pruova questo benissimo. Bene è vero che, chi ha questo lume e abbi fatto abito nella fede e nel buon vivere cristiano, non ha difficultà alcuna a vivere bene, anzi gli saría fatica a vivere male; e nota che, quando l’uomo ha questo lume che abbiamo detto, e questa fede, è in grazia di Dio e in carità; la quale grazia non può sminuire, perché, se sminuissi, o verría dallo agente, o dalla materia; dallo agente, cioè da Dio, non può venire, perché Dio non diminuisce mai la sua virtù; da parte della materia, cioè dall’anima, non si minuisce la grazia, perché el peccato mortale non sminuisce la grazia, ma la toglie via interamente, perché non può stare grazia di Dio dove è peccato mortale. Il peccato veniale non sminuisce ancora la grazia, neanche la toglie via, ma solamente leva via quello ardore della carità e quello spirito che l’uomo buono, e che viveva da cristiano, aveva innanzi el peccato veniale. Bene è vero che potria l’uomo multiplicare tanto in peccati veniali, che affredderebbono tanto quella ardenzia e fervore, che si estinguería in lui ogni grazia e ogni carità. E però bisogna stare spesso in orazione per non raffreddarsi e non perdere la grazia, perché nella legge di Dio si dice che non andare innanzi è un tornare indrieto; però chi desidera andare innanzi, che è in grazia, è buono cristiano, ma chi non desidera andare innanzi e stassi, credendo che gli basti, non è nel vero vivere cristiano.

Ma nessuna cosa è più ottima, al fare ire innanzi, che l’orazione; adunque chi vuole crescere nella vita cristiana stia spesso in orazione, alla quale si vuole andare con spirito, cioè con amore e con verità, cioè che tu creda veramente che Iddio ti esaudisca, secondo quello che sarà meglio per te. Questa orazione ti appropinqua più a Dio; e quanto uno effetto si appropinqua più alla sua causa, tanto diventa più perfetto. Ergo, approssimandosi l’uomo più a Dio, che è sua causa, con l’orazione, tanto è più perfetto. Ergo, orandum est sine intermissione. Nell’orazione si eccitano tutte le virtù, cioè fede, speranza e carità; e però quelli della primitiva Chiesa sempre stavono in orazione. Così li santi, così le religioni furono fondate dalla orazione. Sicché questo è il primo studio che debbe avere el cristiano, cioè stare in orazione. E però il diavolo dà più noia in questo esercizio che in alcuno altro; e però ha cominciato il demonio, per tôrre via l’orazione mentale, la quale tiene l’anima elevata e in contemplazione, a introdurre canti figurati e organi, che non dilettano se non il senso e de’ quali non esce frutto alcuno.

Quinta conclusione. A essere bene intento all’orazione bisogna vivere semplicemente. E prima semplice dentro; cioè semplice nello intelletto: non intendere se non cose di Dio, e non empiere lo intelletto di favole e de’ fatti del compagno, ma solo occuparlo nelle cose tue, che non sieno peccato, e nelle cose di Dio. Semplice nella volontà; cioè non volere cosa che sia contra al comandamento di Dio. Semplice nella memoria: non ti ricordare se non di cose di Dio. Semplice ne’ sensi; cioè non udire, vedere, gustare, odorare o toccare se non cose che non sieno contro alla volontà e precetti di Dio. – Secundo, bisogna essere semplice di fuora; cioè vestire semplice; l’apparato delle cose semplice; così nella vita tua, nel mangiare e bere vivi alla semplice, cioè con poca carne, quando se ne mangia; così poche altre vivande e poco per volta e ogni cosa semplice, e non cibi esquisiti e delicati, e non ti distrarre in tante cose: e’ non è cosa al mondo che impedisce più l’orazione, che fa la distrazione del seculo; e tutto procede per non volere vivere alla semplice, ma avere e volere tante diverse cose del seculo, che distraggono l’uomo dall’orazione.

Dimmi, che vuol dire che quando tu se’ in orazione tu non puoi tenere la mente salda a Dio, ma hai el cervello in tante e diverse cose? Questo non procede da altro se non da non voler vivere alla semplice, ma volere e desiderare molta varietà di cose, le quali poi ti empiono la mente e non ti lasciono attendere alle orazioni.

Quanto una cosa è più semplice, tanto è più perfetta. E però l’angelo è tanto più perfetto dell’uomo, quanto è creatura più semplice; per la quale ragione Iddio, che è semplicissimo, è perfettissimo. Va’, leggi la vita di Cristo e considera se fu mai tanta semplicità; tu non ne troverrai un’altra simile alla sua. Præterea la vita contemplativa vuole l’uomo semplicissimo.

Confessono li filosofi, che furono pagani, che, a volere esser buono filosofo e contemplare la verità, bisogna essere e vivere semplicissìmo; e non che altro, dicono che è inconveniente saper quello che fa il suo vicino. Pensa, adunque, quello debbe fare uno vero cristiano per potere contemplare Iddio e il suo Cristo, e quanta semplicissima vita debbe tenere.

Dimmi tu, loico, vale questa conclusione «Est sanctus ergo simplex»? – Certo, sì che vale, perché non si può pervenire a santità se non per semplicità; e dice san Paulo che chi è cristiano è santo. Addunque chi è cristiano è semplice e chi è santo è semplice; voi non siate semplici, adunque non siate cristiani.

Circa questa semplicità dice san Paulo Ad Ro- manos: – Nihil attulimus in hunc mundum, nilque nobiscum post mortem portare debemus. Sufficiunt ergo nobis ea, quibus tantum tegamur et alimenta, et quærendo nobis superflua damnamur, quoniam radix omnium malorum est avaritia. E séguita poi lo Apostolo: – Confessus es confessionem bonam coram multis testibus –. Cristiano, tu hai confessato una buona confessione dinanzi a molti cristiani, e questo fu nel battesimo, quando dicesti: – Credo, abrenuntio Satanae et omnibus pompis eius –. O cristiano, non usare pompe, perché le sono del diavolo, ma vivi alla semplice, ché al dì del Giudicio ti sarà detto dalli testimonii del tuo battesimo quello che tu rinunziasti. Item dice san Paulo alle donne: – Non feratis aurum, nec margaritas, nec vestes pretiosas, nec crines tortos –. Questo è il vivere da donna cristiana; e non disse questo san Paulo alle monache, perché sapeva che loro non portavono gemme e oro, né etiam disse alle contadine, che non hanno il modo a portarle. Dice, dunque, alle donne grande e a te, cittadina: – non portate oro, né pietre preziose né veste, né capelli arricciati, ma andate alla semplice –; e sé questo non è lecito alle donne, manco è lecito agli uomini portare ornamenti femminili, manco ancora agli religiosi, manco alli prelati della Chiesa, manco alli monaci, manco alli mendicanti frati, altrimenti non vivono da cristiani e aranno a rendere ragione a Dio d’ogni cosa. Non saria ancora se non bene che le cose preziose superflue delle religioni si vendessino e dessino a’ poveri. Tu dirai: – Oh! le sono poste là in onore di Dio –; io ti dico che io non ho mai trovato Evangelio che ci comandassi che noi tenessimo alla Chiesa croce d’oro, o d’argento, o altre cose Preziose; ma sì bene dice lo Evangelio: Sitivi et non dedisti mihi bibere, famelicus eram et non dedisti mihi manducare. E questo ci comandò lo Evangelio del Giudicio.

Cittadino, fa’ una cosa, cava una Bolla, che queste cose preziose della religione si possino vendere e dare a’ poveri; abbi questa Bolla e che quelli che le hanno fatte sieno contenti, acciò non ne segua scandolo, e vedrai che io voglio essere il primo che dia del martello in su li calici e croce del mio monasterio, che ci sono superflui, e diamone mangiare a’ poveri. Santo Gregorio dette il tabernaculo d’argento, dove era il corpus Domini, a’ poveri per l’amore di Dio e misse il corpus Domini in una cestella di vinchi. Se tu fai che questa semplicità s’introduca nella tua città, tu leverai via l’ambizione che ti impedisce l’orazione e la grazia di Dio e, avendo la simplicità, arete la grazia.

E questa è conclusione ferma di tutti e’ Dottori, che il superfluo non possiamo tenere con conscienzia, ma siamo tenuti darlo per Dio. E dicoti per questa ragione, se tu non credi a me, credi allo Evangelio: Quod pauci erunt electi; e l’avarizia sarà gran causa della dannazione.

Vivi, adunque, alla semplice e in fede non ficta, della quale nasce la carità. E non fare bene per paura, come voi fate, che quando voi avete il fragello presso, allora voi correte e volete ravedervi; ché io vi dico che voi mi farete un’altra volta profeta, ché voi verrete poi a dirmi: – Padre, pregate Iddio per me e aiutatemi –, e io non potrò allora udirti. Lassami un poco riposare.

Ora torniamo al Salmo nostro, il quale dice: Vana locuti sunt. E’ ci è di questi Fiorentini che sono gran bugiardi, e dicono ogni dì mille vanità e mille bugie. Et labia eorum in corde: hanno le labbra nel cuore, cioè non solamente parlano male con la bocca, ma hanno ne’ cuori loro malignità. Disperdat Dominus labia eorum: vieni, Signore, e disperdi questi cattivi. Propter miseriam pauperum levabo me. Credi che il Signore è levato adesso e èssi vestito e hassi cinto la spada e mostrasi per tutte le piazze della Italia; e io t’ho detto e così ti ridico, che e’ non ci è remedio se non penitenzia. Agam fiducialiter cum seruis meis.

Dilettissimi, io voglio fare la conclusione nostra di questa predica in questo versetto. E dicovi che nella penultima predica vi dissì e provai con ragioni che quello che io avevo detto per lì tempi passati era vero, e che savamo nel principio delle tribulazioni della Italia. Ieri vi mostrai e provai con ragioni la fede e conclùsivi che chi non aveva ora fede era pazzo, vedendo come sta la Italia. Questa mattina vi ho detto che viviate alla semplice e concludo che, se non lo farete, che Iddio ve lo farà fare con una gran guerra e con una gran pestilenzia. Tenetelo a mente. Sapete che io ve lo dissi, fa ora tre anni, in santo Lorenzo. Ma tu dirai: — tu, frate, perché t’impicci tu dello Stato? – Sai tu perché? Perché io veggo dare la nave tua in scoglio; e se non fussi stato questo frate, ti dico che tu crederresti essere ora in cielo e tu saresti forse ora nel profondo della terra. Questo rispondo a te, cattivo.

Secundo, dico a te, buono, e che non sei reputato buono: io l’ho fatto, perché tu non hai animo a dire su in Consiglio.

Terzio, ho fatto questo perché, fermandosi questa riforma, veggo succedere dimolto bene spirituale a questa città. Io non ho detto male di persona, né che tu sia cattivo, ma io vorrei bene legarti in modo che non tornassi al male. Se tu se’ buono, io ti anunzio bene che, chi non ha adesso questa tentazione di volere essere grande, forse gli potria venire; e dinunziate questo e predicatelo per tutto, che, quello che si farà grande, rovinerà. Io ti predissi questa rovina passata di questo altro Stato, che il dì che saría il Re di Francia a Pisa voltería qui lo Stato, e così fu. Credimi, adunque, questo, perché, questo che io ti dico e annunzioti adesso, viene da quello medesimo lume e da quel medesimo fonte; io te lo dico chiaro: noi siamo in gran periculo; fate l’orazione che vi ho detto e li digiuni, pregate Iddio che racònci la Chiesa sua, perché sta male. E se costoro non vogliono fare quello che ho detto loro, fate così voi, figliuoli mia, datevi alla semplice e fate bene voi, e Iddio vi aiuterà.

Firenze, se tu non fai, io ti dico «flagello, flagello»: Vexatio dabit intellectum; se tu farai, io ti dico e confermoti quello che altra volta t’ho detto e promesso, e meglio che mai te lo raffermo, perché te lo posso meglio che mai raffermare questa mattina. Io t’ho detto che tu non perderai niente e accrescerai lo imperio tuo, e sarai più ricca città e più potente che mai. Tu doverresti credere, perché, quando non era male nessuno nella Italia, io te lo prenunziai e è venuto, ma non ancora interamente; ora che è male per tutto e t’annunzio bene, doverresti credere, perché Iddio in parte è placato con le orazioni che si sono fatte. Se tu non vorrai fare quello che io t’ho detto e non vorrai credere, tu ti arai il danno.

Le cose che io ti dico quassù non sono sanza gran fondamento; io non te lo direi affirmative, sé io non ne fussi certo, perché io ho a stare poi alla ripruova e non credere che io mi fugga; e, se non sarà, perseguitami poi e di’ che io sia pazzo.

Séguita il Salmo nostro: Eloquia Domini vera. Credi che il parlare di Dio non è bugiardo e non può fallire, ma è vero e gastigato e provato al fuoco. In circuitu impii ambulant: e’ cattivi si aggirono e non credono. Sed adiuvet et benedicat vos Deus, Qui est benedictus in sæcula sæculorum. Amen.

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